Giovedì, 22 Dicembre 2016 13:13

In tutto il territorio italiano fioriscono progetti di innovazione sociale dal basso a base culturale

Il tema delle industrie culturali e creative, su cui il nostro Paese scontava un preoccupante ritardo strategico rispetto ai maggiori paesi europei, sta finalmente entrando nel dibattito della politica economica ed inizia ad essere supportato da specifiche azioni, tra le quali quelle previste nel PON relativo alle regioni del Mezzogiorno e il Fondo di Progettualità Culturale.
L’Art Bonus sta dando risultati apprezzabili e duraturi, e il suo ambito di applicazione potrebbe forse essere esteso. La competizione per la Capitale Europea della Cultura 2019 ha prodotto un grande sforzo progettuale su scala nazionale e ha creato le condizioni per il lancio del programma della Capitale Italiana della Cultura che, malgrado la limitatezza dell’orizzonte temporale di pianificazione e delle risorse finanziarie disponibili, sta dando nel complesso risultati incoraggianti.
 
Nello scenario del dopo Brexit, la geografia della produzione creativa europea apre nuove opportunità per l’Europa continentale, e Milano sta rapidamente recuperando il ruolo di polo culturale di dimensione europea, recuperando le posizioni perdute nel recente passato e proponendosi come uno dei più interessanti laboratori europei sul rapporto tra cultura e trasformazione urbana.
 
Torino, nel mentre, si conferma una delle città più vivaci nella sperimentazione culturale. In tutto il territorio italiano assistiamo poi ad una fioritura di progetti di innovazione sociale dal basso a base culturale, che posizionano l’Italia come una delle realtà di spicco a livello mondiale, anche grazie al ruolo di iniziative-piattaforma quali Che Fare e Culturability, che hanno reso possibile una mappatura di sistema e hanno favorito la reciproca conoscenza e l’emergere di una nuova consapevolezza, anche generazionale, sul potenziale culturale inespresso del nostro Paese.
 
Ci sono dunque innegabili progressi, ma non ci sono ancora abbastanza ragioni per coltivare un ragionevole ottimismo. I problemi sono ancora tanti e se non verranno risolti c’è il rischio concreto che molto di ciò che di buono si è fatto finisca per disperdersi nel tempo. La nota più dolente è forse quella della carenza di cultura progettuale in ambito culturale (e non solo) di molte, troppe amministrazioni locali.
 
Nel nostro Paese si riscontra una preoccupante coazione delle amministrazioni ad anteporre le ragioni della comunicazione e della gestione quotidiana del consenso a quelle della progettazione e delle inevitabili, difficili scelte politiche che una qualunque strategia di sviluppo che si proponga di incidere sullo status quo inevitabilmente comporta.
 
Si continua a concentrare l’attenzione sulle logiche ormai consunte dei grandi eventi e delle mostre blockbuster senza capire che in assenza di un lavoro serio, continuativo e profondo sulla partecipazione culturale dei residenti nessun modello di sviluppo culturale potrà mai attecchire e produrre effetti duraturi. Si è ancora lontani da un uso pienamente efficace dei fondi di coesione, soprattutto al sud, e ci sono ancora molti margini di miglioramento in termini di competitività nei programmi europei.
 
Si continua a ragionare per formule (come quella dei distretti culturali) delle quali non si ha spesso il tempo o la pazienza di comprendere le restrittive ed impegnative condizioni di applicabilità. In altre parole, continua a prevalere in molte amministrazioni una sensibilità e una cultura progettuale molto distante da quella dinamica, innovativa e ben connessa alle migliori esperienze internazionali che caratterizza una parte significativa dell’innovazione culturale dal basso a cui abbiamo accennato sopra. Sul tema dell’istruzione artistica e scientifica, infine, l’auspicato salto di qualità non si è ancora verificato.
 
Fonte: che-fare.com