Lunedì, 21 Ottobre 2013 10:45

L'Italia ed il grande paradosso dei fondi dell'Unione Europea

Il Governo obera e tartassa la cittadinanza con tasse e balzelli ma al contempo non riesce a spendere i soldi dell'Unione Europea, che avrebbe a disposizione. Questa situazione rappresenta un paradosso "tutto italiano": da una parte attraverso la Legge di stabilità, si cerca attraverso bizzarre alchimie di recuperare qualche milione, dall'altra l'Italia sta gettando dalla finestra, mese dopo mese, una cifra che potrebbe valere tra gli otto e i nove miliardi fino al 2015: il doppio dell’IMU sulla prima casa.

Partendo dal quadro generale, ricavato attraverso i dati del ministero della Coesione Territoriale, sappiamo che entro la fine del 2013 l’Italia deve impegnare un totale di 27,9 miliardi di euro e deve poi spenderli entro il 2015.

La quota maggiore riguarda il Fondo europeo di sviluppo regionale FESR (21 miliardi di euro), mentre il resto è appannaggio del Fondo sociale europeo FSE (6,9 miliardi di euro).

Il primo è lo strumento per la politica regionale della Commissione europea, mentre il secondo serve soprattutto a sostenere l’occupazione e lo sviluppo del capitale umano.

 

A questi soldi vanno aggiunti 21,5 miliardi di cofinanziamento con fondi nazionali, arrivando così a 49,4 miliardi di euro.

L'Italia ha iniziato a spendere questi soldi nel 2007, entro il 31 Dicembre 2013 dovrà impegnare le cifre e successivamente avrà più di due anni di tempo per chiudere il lavoro.

Secondo i numeri aggiornati allo scorso maggio 2013, siamo parecchio indietro rispetto alle scadenze.

Abbiamo, infatti, raggiunto appena il 40% della dotazione totale spendendo, con il cofinanziamento nazionale, soltanto 19,7 miliardi di euro.

Questo significa che, nel pochissimo tempo che ci rimane, abbiamo ancora da impiegare circa trenta miliardi di euro complessivi, 17 dei quali in arrivo da Bruxelles.

La responsabilità, paradossalmente, è delle amministrazioni che non riescono a spendere questo denaro, sia a livello locale che a livello centrale. Dialogare con l’Unione Europea non è facile e il personale qualificato a utilizzare i fondi è poco e carico di lavoro.

Andando nel dettaglio delle spese, si scopre che i ritardi si riscontrano ovunque. Il Lazio, ad esempio, ad oggi ha speso 324,3 milioni di euro: soltanto entro la fine del 2013 dovrebbe utilizzarne circa 100 in più. Ma è soprattutto il Sud che sta sprecando risorse importanti: la Calabria, ad esempio, entro la fine dell’anno dovrebbe spendere 123,5 milioni, la Sicilia 220 e la Puglia, addirittura, 250.

Il problema non riguarda soltanto le Regioni ma anche diversi fondi gestiti a livello centrale. Il PON R&C (Programma Operativo Nazionale Ricerca e Competitività), ad esempio, la cui governance è delegata al ministero dello Sviluppo economico ed al ministero dell’Università e ricerca, dovrebbe supportare delle aree svantaggiate del paese (Regioni Convergenza), ma nei primi cinque mesi del 2013 non è stato praticamente utilizzato. Il programma attrattori culturali, che dovrebbe promuovere il turismo, in un anno ha speso la miseria di 12 milioni di euro. Il programma dedicato all’energia rinnovabile e al risparmio energetico nella prima parte del 2013 non è arrivato neppure a otto milioni di euro totali. Questa situazione, però, preoccupa soprattutto se osservata da una prospettiva globale. Nel giro di due anni dobbiamo ancora spendere 17 miliardi di euro di denaro europeo, una cifra pesante, pari a oltre tre volte l’Imu sulla prima casa.

Proseguendo a questo ritmo, Bruxelles ci toglierà certamente qualcosa, perché non riusciremo a impiegare tutto il denaro in tempo. Secondo le proiezioni più accreditate, è a rischio una cifra che oscilla tra gli otto e i nove miliardi di euro.

Formare il personale delle amministrazioni locali e centrali deve essere la prima priorità per l'Italia. Una opportunità che non possiamo più permetterci di sprecare.