Sabato, 12 Ottobre 2013 10:32

No profit, uno sviluppo da “aggiustare”

Il settore dei servizi risente di notevoli cambiamenti in conseguenza della crisi economica che stiamo attraversando. Uno di questi è lo sviluppo del Terzo settore, formato dalle organizzazioni non profit che, negli ultimi dieci anni hanno visto un progressivo sviluppo, fino a diventare oggi un elemento fondamentale dell’economia e della società italiana. La tendenza è confermata dai dati rilevati nel 9° Censimento Istat su industria e servizi, istituzioni pubbliche e no profit, secondo il quale le organizzazioni no profit attive in Italia al 31 dicembre 2011 risultano essere 301.191, in aumento del 28% rispetto al 2001. Esse rappresentano il 6,4% del totale delle unità economiche esistenti ed operano, per il 65% dei casi, nei settori della cultura e dello sport, seguiti dai settori dell’assistenza sociale, con 25 mila istituzioni, delle relazioni sindacali e di rappresentanza, con 16 mila realtà e dell’istruzione e ricerca, in cui si contano 15 mila istituzioni.

Un dato in controtendenza rispetto a quelli registrati dal sistema delle imprese, che registra l’incremento decennale più basso degli ultimi 40 anni, e della pubblica amministrazione, che ha sempre minori risorse a disposizione e che è costretta a una graduale riduzione del personale. Il settore del no profit, invece, come spiega Franco Lorenzini, della Direzione centrale dei registri statistici dell’Istat, «occupa oggi poco meno di 700 mila addetti e più di 4 milioni e mezzo di volontari». Più nel dettaglio, il settore può contare sul lavoro di 4,7 milioni di volontari, 681 mila dipendenti, 270 mila lavoratori esterni e 5 mila lavoratori temporanei. Rispetto al 2001 è aumentato il numero di istituzioni con addetti (+9,5%) con una crescita del personale dipendente pari al 39,4%, ed è raddoppiato il numero di istituzioni con lavoratori esterni, con un incremento del numero di collaboratori del 169,4%.

 

La crescita del settore è indubbia ed è confermata anche dal professor Giorgio Fiorentini, docente di economia delle imprese sociali all’Università Bocconi di Milano. “I dati Istat” sottolinea il docente “ci dicono che il no profit si sta sviluppando, considerando che c’è una crescita occupazionale in questo settore. Sicuramente, in parte, è dovuto alla sua capacità di rispondere a una domanda che cresce, soprattutto nei servizi socio-assistenziali, ma c’è anche una grande risposta al welfare laico, negli ambiti dello sport, dell’entertainment, del turismo sostenibile e dell’energia rinnovabile”.

In un momento di profonda crisi economica, quindi, “il no profit è fondamentale” spiega Fiorentini. “Senza questo settore il sistema non andrebbe avanti e lo Stato lo sa. La formula editoriale del no profit porta a costi inferiori per la fornitura dei servizi, perché una parte del lavoro è svolta dai volontari”. La presenza del Terzo settore, quindi, sembra essere fondamentale per molti ambiti socio-economici del nostro Paese, ma questo non è sviluppato ovunque allo stesso modo. I dati Istat, infatti, rilevano che il no profit è cresciuto soprattutto nel Nord e nel Centro Italia, in particolar modo nelle regioni della Lombardia, del Lazio e dell’Emilia Romagna. Tra queste il ruolo di protagonista è svolto dalla Lombardia, che vanta le organizzazioni più strutturate, con un primato assoluto per dimensione e crescita (+37,8%). “C’è sicuramente disparità tra Nord e Sud per lo sviluppo del no profit” sostiene Fiorentini. “Nel Nord il no profit è più imprenditoriale, e ha un partenariato con la pubblica amministrazione, anche se lo Stato non ha più soldi, e quindi il no profit deve trovare altre forme di sostegno finanziario. Nel Sud il non profit è più assistito e meno indipendente, anche se alcune iniziative, soprattutto sul welfare laico, sono importanti”.

Il rapporto con la pubblica amministrazione è un nodo fondamentale per lo sviluppo del non profit. Se da una parte si verifica una progressiva sostituzione da parte del non profit laddove lo Stato non riesce più ad arrivare, è anche vero che per molto tempo, e in parte anche ora, c’è un forte legame di partenariato tra le organizzazioni non profit e il settore pubblico. “Ci potrà essere un grande sviluppo per il no profit” commenta Fiorentini “soprattutto per il target degli anziani, che nel nostro Paese andrà aumentando, e per il turismo sostenibile. Attività dove esistono buoni componenti di volontariato, ma non dobbiamo continuare a pensare al volontariato come un rubinetto senza fine. Il Terzo settore deve saper fornire servizi specializzati, con addetti competenti e formati e la formazione costa. Occorre investire per strutturare il settore, che altrimenti rischia di diventare debole”.

Uno dei limiti del no profit in Italia, infatti, sembra essere la concezione troppo rigida del concept dell’organizzazione, che nasce come un ente che non ridistribuisce gli utili. Un ragionamento che poteva essere fatto in situazioni economiche positive, ma che oggi stona con il contesto economico che stiamo vivendo. “Il no profit” spiega il professor Fiorentini “deve essere in equilibrio o avere profitti, altrimenti non c’è dinamismo nel settore. Lo Stato si è appoggiato per anni al Terzo settore, ma adesso non ha più soldi per pagare i servizi. Diventa quindi necessario trovare finanziamenti privati, che in periodi come questi non possono essere legati solo allo spirito filantropico, ma devono essere previste delle forme di redditività, seppur minime. È qui che si incontra una grossa resistenza da parte della pancia del no profit, che sostiene non ci debba essere ridistribuzione degli utili, ma senza di questa mancano i soldi da investire per continuare a svolgere la propria attività”.

In altri Paesi europei hanno invece compreso questa necessità, studiando forme di redditività non eccessive per i privati, stimolando così il finanziamento per il non profit. “In Inghilterra” racconta Fiorentini “esistono i cosiddetti social bond, con i quali i privati hanno investito nelle carceri. Gli investimenti vengono remunerati in proporzione alla diminuzione della recidività dei detenuti. Si tratta di una forma di redditività minima, ma che comunque esiste e stimola l’investimento da parte del privato”.

Il futuro del non profit, oltre che sul lato economico, con la necessità di staccarsi dal settore pubblico e di attrarre finanziamenti privati, si misura anche sul lato organizzativo. I dati Istat rilevano, infatti, la presenza di oltre 301 mila organizzazione attive in Italia, che però sono sparse sul territorio. Per rispondere alle sfide, invece, sostiene Fiorentini “le aziende no profit avrebbero bisogno di grande aggregazione”. “Non è più possibile” spiega il docente “sostenere questa parcellizzazione, perché ci sono costi fissi che devono essere abbattuti. Se così non si fa, ci troviamo di fronte a un incremento delle persone che lavorano, ma con stipendi inferiori alla media. L’aggregazione, inoltre, consentirebbe alle no profit di avere un maggior potere di negozialità con il sistema, riuscendo a fare lobby e a ritagliarsi il loro spazio”.

Il futuro del non profit e anche di alcuni dei maggiori servizi del welfare che esso offre oggi, è quindi legato allo sviluppo di un’idea nuova di Terzo settore, in cui non si devono disdegnare alcuni principi economici validi per le aziende con profitto, come la collaborazione e l’aggregazione per economie di scala e la capacità di produrre reddito per gli investitori. Ovviamente rimanendo ancorati ai principi che hanno dato vita al non profit, che ancora oggi è visto con favore da buona parte degli italiani. (Fonte: Lindro.it)