/Buongiorno 30 aprile 2019: accoglienza emotiva in aula
Una formatrice accoglie partecipanti adulti all’inizio di una lezione e presenta i materiali di lavoro

Buongiorno 30 aprile 2019: accoglienza emotiva in aula

Una lezione comincia prima che il docente apra le slide. Questo Buongiorno dedicato al 30 aprile 2019 ci offre l’occasione per parlare di accoglienza emotiva in aula: un modo concreto di salutare chi arriva, cogliere come sta il gruppo e predisporre il lavoro, senza chiedere a nessuno di raccontare pubblicamente ciò che prova.

Un saluto può diventare una scelta didattica

Chi entra in un’aula porta con sé attenzione, aspettative, stanchezza e talvolta preoccupazioni. Il formatore non può sapere che cosa viva ogni persona, né deve indovinarlo da uno sguardo. Può però creare condizioni nelle quali sia facile chiedere un chiarimento, segnalare una difficoltà e partecipare senza timore di essere giudicati.

Nel loro studio del 1990, Peter Salovey e John Mayer hanno descritto l’intelligenza emotiva come un insieme di abilità legate alla percezione, all’espressione e alla regolazione delle emozioni. Per chi insegna, questo non equivale a trasformare ogni lezione in una seduta di gruppo: significa prestare attenzione al modo in cui si entra in relazione e si affronta un compito difficile. Per approfondire il tema, abbiamo pubblicato una guida sull’intelligenza emotiva e l’apprendimento.

Tre gesti per i primi minuti

1. Salutare e rendere chiaro il percorso. Dopo il buongiorno, bastano poche frasi: «Oggi proveremo questa procedura; prima la vediamo insieme, poi ci esercitiamo e alla fine confrontiamo i risultati». Sapere che cosa accadrà e quando si potrà chiedere aiuto rende il compito più leggibile.

2. Offrire una domanda alla quale si possa anche non rispondere. Per esempio: «Che cosa ti aiuterebbe a lavorare bene oggi: un esempio iniziale, più tempo per provare oppure un confronto con un compagno?». La risposta può arrivare su un foglietto o in un breve scambio individuale. Non servono confessioni davanti alla classe. CASEL propone anche brevi domande riservate sullo stato emotivo degli studenti e osserva che talvolta è sufficiente riconoscere ciò che uno studente segnala, senza aprire una discussione collettiva.

3. Mostrare che l’ascolto cambia qualcosa. Se diverse persone chiedono un esempio, si può svolgere insieme il primo passaggio dell’esercizio. Se emerge un’istruzione poco chiara, la si riscrive. Accogliere significa trovare un accesso più chiaro al lavoro previsto, mantenendo gli obiettivi della lezione.

L’accoglienza emotiva in aula diventa più credibile quando è una pratica breve e costante. Le indicazioni di CASEL per la classe collocano queste pratiche dentro un ambiente di apprendimento sostenuto da relazioni di fiducia, attività didattiche e insegnamento esplicito delle competenze sociali ed emotive. Un saluto, da solo, non sostituisce un percorso strutturato.

Anche un errore può essere accolto

Immaginiamo un laboratorio di formazione professionale: durante un esercizio, una persona sbaglia due volte la stessa operazione e smette di provare. Il formatore può evitare di attribuirle subito un’etichetta — «non è motivata» — e chiedere invece: «In quale passaggio ti blocchi? Lo ripercorriamo insieme?». La domanda riporta l’attenzione sul problema osservabile e lascia spazio alla persona per spiegare di quale supporto abbia bisogno.

L’educazione emotiva a scuola richiede un lavoro più ampio; negli ambienti adulti e professionali il tema si intreccia anche con la comunicazione e le relazioni di lavoro. Questo Buongiorno propone un punto di partenza piccolo: salutare, spiegare, ascoltare e adattare il passo successivo quando serve.

Una routine di apertura che rispetta i confini personali

Prima che arrivino i partecipanti, il formatore può preparare due cose: la sequenza delle attività scritta in modo leggibile e una scelta reale sul modo di cominciare. Per esempio: «Possiamo iniziare osservando un caso insieme oppure leggere individualmente la consegna per due minuti; poi proviamo». Questa scelta riguarda il lavoro, non lo stato d’animo di chi entra. È utile anche a chi non desidera spiegare perché quella mattina preferisce ascoltare prima di intervenire.

All’ingresso, un saluto personale è possibile senza diventare un controllo emotivo. Chiedere «Come va?» è un gesto ordinario, ma nessuno deve sentirsi obbligato a rispondere davanti al gruppo. Se una persona segnala una difficoltà, si può proporre un momento riservato dopo l’avvio o indicare il canale appropriato dell’organizzazione. Il formatore non deve interpretare un silenzio come disinteresse né promettere riservatezza che non può garantire.

Per rendere praticabile l’accoglienza emotiva in aula, la domanda iniziale può offrire opzioni legate alla lezione: «Ti serve vedere prima un esempio, avere la consegna scritta o provare con un compagno?». Tutte le risposte portano a una scelta didattica possibile. Se invece il gruppo non segnala difficoltà, si procede con l’attività programmata senza insistere per ottenere dichiarazioni personali.

Come capire se il saluto ha aiutato il lavoro

Non basta che l’apertura sembri cordiale. Si può osservare se, dopo pochi minuti, i partecipanti sanno dire quale compito svolgeranno, dove trovare le istruzioni e come chiedere aiuto. Se più persone ripetono la stessa domanda, probabilmente la consegna va chiarita. Se una persona preferisce non parlare in plenaria ma riesce a contribuire per iscritto o in coppia, la modalità alternativa le ha consentito di partecipare senza abbassare l’obiettivo.

Alla fine della lezione, il formatore può annotare una sola modifica utile: «La prossima volta mostrerò un esempio prima della prova» oppure «Metterò a disposizione le istruzioni anche su carta». Il criterio è verificare se il gesto di accoglienza ha reso più accessibile il compito. Nessun esercizio di apertura, da solo, dimostra un miglioramento dell’apprendimento o sostituisce un sostegno professionale quando è necessario.

E tu come inizi una lezione o un incontro formativo? Se hai una pratica di accoglienza che vorresti raccontare al Diario della Formazione, scrivi a servizi@diariodellaformazione.it.

Articolo aggiornato il 29 settembre 2026.