Il mentoring reciproco tra colleghi funziona quando due persone chiariscono che cosa ciascuna può insegnare, scelgono un compito concreto e verificano che entrambi abbiano imparato qualcosa di utilizzabile. La differenza d’età può rendere visibili esperienze diverse, ma non dice chi conosca una tecnologia o chi sappia gestire un cliente. Questo Buongiorno d’archivio riprende il tema dello scambio tra generazioni e lo traduce in un metodo pratico, da adattare anche a colleghi della stessa età con competenze differenti.
Partire dal lavoro, non dalle etichette generazionali
Dire «i giovani insegnano il digitale ai senior» crea due problemi: presume capacità che non sono state verificate e assegna a una persona un ruolo in base all’anagrafe. Può capitare che una collega appena arrivata conosca bene uno strumento informatico, oppure che sia un collega con molti anni di lavoro a usarlo ogni giorno. Allo stesso modo, l’esperienza di un settore non coincide automaticamente con la capacità di spiegarlo a un’altra persona.
Il primo passo è indicare il processo da migliorare. Per esempio: compilare correttamente una scheda di progetto, preparare un colloquio con un utente o organizzare i passaggi di una consegna. Ciascuno mostra come svolgerebbe una parte del compito e dichiara dove ha ancora bisogno di aiuto. Da lì si individuano due conoscenze complementari, con una prova semplice per ciascuna. La coppia nasce da bisogni e disponibilità, non da una categoria generazionale.
Il Buongiorno del 12 dicembre sul dialogo fra generazioni propone il quadro generale. Il mentoring descritto qui riguarda invece un accordo limitato nel tempo, con obiettivi che entrambi possono controllare.
Un patto per il mentoring reciproco tra colleghi
Prima del primo incontro, le persone e il responsabile del percorso possono rispondere a cinque domande: quale compito vogliamo svolgere meglio; quale contributo porta ciascuno; quale prova mostrerà un miglioramento; quanto tempo possiamo dedicare; quali informazioni devono restare fuori dallo scambio? Mettere questi punti per iscritto evita che il mentoring diventi un favore indefinito o una forma di lavoro aggiuntivo invisibile.
L’accordo può prevedere, per esempio, quattro incontri brevi in un mese: nel primo si osserva il compito, nel secondo ciascuno mostra il proprio metodo, nel terzo l’altro prova a svolgerlo, nel quarto si valuta che cosa sia cambiato. È una possibile scansione editoriale, non una durata comprovata per ogni organizzazione. Alcuni compiti richiedono più tempo; altri possono essere risolti con un affiancamento di un’ora. Il tempo va inserito nell’attività di lavoro, con responsabilità e disponibilità riconosciute.
Occorre chiarire anche il confine tra apprendimento e valutazione del personale. Una prova realizzata durante il mentoring serve a capire quale passaggio esercitare ancora, non a stilare una classifica informale dei colleghi. Informazioni sui clienti, dati personali o documenti riservati non devono essere usati come esempi senza autorizzazione. Se il compito lo richiede, si prepara un caso anonimizzato o fittizio.
Ciascuno mostra, l’altro prova
Un incontro utile inizia con una dimostrazione breve: chi conosce meglio un passaggio spiega che cosa guarda prima di decidere, dove trova le informazioni e come riconosce un errore. L’altra persona formula domande e poi prova con un caso simile. In seguito i ruoli si invertono su un secondo passaggio. Limitarsi ad ascoltare una spiegazione può dare una sensazione di chiarezza, ma lascia poco visibile ciò che sarà possibile fare senza aiuto.
Immaginiamo una cooperativa che debba rendere più chiaro il percorso di iscrizione a un laboratorio. Una persona conosce le eccezioni che emergono spesso nei colloqui con i partecipanti; un’altra sa riorganizzare un modulo digitale in passaggi più leggibili. Nel primo scambio, la seconda conduce un colloquio simulato e riceve osservazioni su come gestire una richiesta non prevista. Nel secondo, la prima prova a usare il nuovo modulo con un caso fittizio e segnala dove le istruzioni non corrispondono alla pratica. Nessuno dei due apporti dipende dall’età. Il prodotto comune è una bozza di procedura rivista, da sottoporre a chi ha la responsabilità del servizio.
Un rapporto OCSE sul lavoro inclusivo per età, pubblicato nel 2020, descrive il mentoring e il reverse mentoring come occasioni di scambio di conoscenze che possono andare oltre la tecnologia. Una presentazione di ricerca INAPP del 2026 affronta l’apprendimento intergenerazionale nelle imprese italiane e richiama anche i processi non formali di tutoring e mentoring. Queste fonti orientano la progettazione; non dimostrano che la procedura proposta in questo articolo produca automaticamente un vantaggio economico.
Come capire se lo scambio è servito
Alla fine, chiedere «È stato interessante?» è troppo poco. Ripetete i due compiti definiti all’inizio. Una persona può mostrare di saper scegliere il passaggio corretto in un colloquio simulato; l’altra può usare il modulo con meno chiarimenti richiesti. Annotate che cosa è stato eseguito da soli, che cosa richiede ancora supporto e quali istruzioni del processo andrebbero cambiate per tutti. Se lo scambio produce solo maggiore familiarità fra colleghi, è un risultato relazionale possibile, ma diverso dall’acquisizione di una competenza operativa.
Anche il mancato progresso è informativo. Forse il compito era troppo ampio, la prova non misurava ciò che interessava, la coppia non disponeva di tempo protetto o una delle persone non desiderava assumere quel ruolo. La risposta non è forzare altri incontri identici: è restringere l’obiettivo, cambiare forma di affiancamento o sospendere il percorso. Partecipazione volontaria e possibilità di modificare l’accordo aiutano a evitare una relazione squilibrata.
Domande frequenti
Il mentoring reciproco tra colleghi richiede colleghi di generazioni diverse? No. Una coppia con esperienze differenti può trovare molto da scambiare anche se le persone hanno un’età simile. Se l’obiettivo dichiarato è il dialogo fra età diverse, bisogna comunque evitare di assegnare capacità sulla base dell’età.
Basta mettere insieme una persona esperta e una meno esperta? No. Servono un compito scelto, il tempo per osservare e provare, criteri per riconoscere un miglioramento e un accordo sulle informazioni utilizzabili. Senza questi elementi il valore dello scambio resta difficile da capire e da ripetere.
Il patto più utile è semplice: una cosa che posso mostrare, una che voglio imparare e una prova che ci dirà se ci siamo riusciti. Da qui il mentoring reciproco tra colleghi può diventare una pratica formativa concreta, rispettosa e verificabile.
A cura della redazione. Testo aggiornato nel settembre 2026; la data del saluto identifica l’archivio Social Wall.












