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Il lavoro che serve: viaggio nell'industria 4.0 italiana

Il lavoro che serve: viaggio nell’industria 4.0 italiana

Mentre la tecnologia ci cambia, a volte con il vento dell’innovazione, molto spesso come un’onda lunga e graduale, la via italiana all’industria 4.0 ha un dato certo: prima vengono le persone, con le loro capacità di far camminare le imprese, ciascuna nel proprio ruolo.

Il libro racconta un viaggio nel 4.0

Il lavoro che serve” racconta storie di ordinaria competenza, legate al paradigma digitale, dove il cambiamento non è più una ipotesi, ma un orizzonte sul quale ciascuno di noi si trova a dovere riflettere anche su se stesso, è un libro inchiesta/ricerca che ha il merito di calare le retoriche sull’innovazione dentro una parte importante del tessuto produttivo italiano. Annalisa Magone e Tatiana Mazali sono le curatrici, insieme al contributo di Salavatore Cominu, a cui va iscritto il merito di aver intrapreso un viaggio tra alcune imprese italiane per capire cosa sia per loro la trasformazione digitale.

Il lavoro che serve: viaggio nell'industria 4.0 italiana
Il lavoro che serve

Casappa, Pedrollo, LIMA, Bottero, Eurotech, Cosberg, Intercable per molti sono nomi che non dicono niente. Ancora più complicato è trovare qualcuno che sappia indicare su di una carta geografica dove si trovino Baccanello, Francenigo, Amaro, Anduins, San Bonifacio, Bonate Sopra, Lemignano di Collecchio.

Le prime sono alcune delle aziende oggetto della ricerca. Si tratta di medie imprese che non rientrano nella media: sono dei campioni del loro settore. Rappresentano realtà produttive che hanno saputo eccellere specializzandosi in uno specifico segmento della catena del valore. Esportano la maggior parte di ciò che fanno ma mantengono un forte radicamento in un’Italia di provincia (il secondo elenco di nomi). Sono l’ossatura del cosiddetto «made in italy»: artigiani cresciuti, che di quel passato mantengono forti caratteri, oggi alle prese con le sfide dell’innovazione.

I lavoratori specializzati e Taylor

Le innovazioni tecnologiche hanno sempre comportato nuove forme di organizzazione del lavoro e un crescente livello di razionalizzazione della produzione. Razionalizzazione che ha significato incorporare in processi produttivi più standardizzati il saper fare e le conoscenze tacite che appartenevano al singolo lavoratore.

Sino all’avvento del telaio meccanico i tessitori detenevano le competenze necessarie e l’esperienza per realizzare dei tessuti. Gli operai specializzati, quelli che Taylor osservava per capirne i movimenti e misurarne i tempi, portavano le capacità di natura artigianale all’interno della fabbrica. La digitalizzazione oltre a riorganizzare, codificare e produrre dati, presenta qualcosa che si avvicina moltissimo alla mentalità artigiana: la modularità

Lavoratori specializzati che detenevano un forte potere di contrattazione e di controllo sul proprio lavoro grazie alle proprie competenze. Il libro che rappresenta un vero e proprio viaggio narra soprattutto il digitale. Un “digitale” visto come un agente di trasformazione che sta rielaborando le basi artigianali del lavoro per standardizzarle. Oggi queste aziende stanno mettendo in interconnessione le varie parti del proprio processo produttivo. E incorporano sistemi di rilevazione (sensoristica) per raccogliere dati e diffondere (rielaborandole) le informazioni «nel punto esatto in cui servono».

Digitalizzazione e artigianalità

Questi processi, in ambienti che presentano forti caratteri di artigianalità. Comportano periodi di osservazione dei reparti e di codificazione di saper fare che sta nelle mani dei singoli. Il coinvolgimento del lavoratore con esperienza («l’anziano in officina che ti insegnava come lavorare») è importantissimo.

La digitalizzazione oltre a riorganizzare, codificare e produrre dati, presenta qualcosa che si avvicina moltissimo alla mentalità artigiana: la modularità. «Il lavoro digitale può essere scomposto in tasselli riutilizzabili anche con diverse configurazioni, rendendo tale contenuto economico, replicabile, standardizzabile ma anche variabile nel senso che può mutare forma finale».

È il cosiddetto «modello Lego», ovvero la possibilità di scomporre tutto in piccoli moduli che assemblati possono dare risultati diversi e unici di volta in volta. Detto in altri modi è la possibilità di standardizzare l’artigianalità e renderla economica.

La trasformazione digitale

L’impatto dell’innovazione per queste aziende, e anche per i lavoratori, sembra essere assolutamente positivo. Si fa meglio, e con meno sprechi, ciò che si faceva prima. Nelle dichiarazioni dei lavoratori la qualità del loro lavoro è migliorata: c’è meno dispersione, minore fatica e più coinvolgimento.

Il maggior livello di standardizzazione non pare aver comportato una minore qualità: «vedo persone più specializzate e con più tempo dedicato al lavoro che fanno, senza inefficienze, senza problemi. Sono più serene, non più stupide». Per alcuni queste medie aziende stanno semplicemente vivendo che quello le grandi hanno affrontato molto prima: produzione flessibile e toyotismo, con un digitale più maturo di allora.

Il tipo di professionalità richiesta in queste realtà muta all’incrementarsi della digitalizzazione: dalla manualità della produzione si passa al controllo del processo. Sono lì che servono competenze, quindi sempre meno il «meccanico con le lime e l’esperienza» e sempre più il tecnico con competenze elettroniche e di programmazione.

E in questa transizione che promettono non breve, come sembrano suggerire le storie del libro, la trasformazione digitale non è solo una questione di tecnologia. Servono competenze in grado di «coordinare persone, processi, strumenti» per sfruttare a pieno le opportunità dell’ondata di innovazioni. La trasformazione digitale non è solo una questione di tecnologia. Servono competenze in grado di «coordinare persone, processi, strumenti» Per le aziende si profila un futuro di maggiore produttività, costi decrescenti e una maggiore qualità. Il passaggio verso un’artigianalità standardizzata si presenta come un salto a somma positiva per imprenditori e dipendenti. Ma c’è un aspetto di questa vittoria collettiva che apre a scenari contraddittori e a qualche ombra.

Made in Italy e artigianalità

Il paradosso è che la svolta digitale permette di superare produzioni con un forte residuo di artigianalità, mentre nel senso comune il digitale è presentato come l’occasione per superare nei fatti la rigidità delle produzioni standardizzate. Ed in Italia cosa significa questo passaggio?

Dal punto di vista occupazionale nel breve periodo l’impatto sembra positivo. Un aumento di domanda e nuove competenze anche se c’è il rischio di espulsione dal ciclo produttivo di quei lavoratori e lavoratrici che non saranno in grado di aggiornarsi. Sul medio periodo la crescita della produttività e la maggiore razionalizzazione se non accompagnate dalla crescita di quote di mercato, potrebbero comportare la necessità di minore manodopera.

Inoltre l’affinamento degli algoritmi, e la loro nota capacità di autoapprendimento, in contesti produttivi legati a procedure rese più o meno standard, potrebbe rendere superflue alcune figure lavorative meno efficienti delle macchine.

IL RUOLO DEL NOSTRO PAESE

C’è un ultimo aspetto che investe la divisione internazionale del lavoro e il ruolo del nostro paese. L’Italia, così come la raccontiamo nelle retoriche, in un mondo di produzioni ad alta standardizzazione a basso costo avrebbe un proprio spazio nel valorizzare il saper fare unico di alcune sue produzioni: quel misto di artigianalità e industria smart che dovrebbe configurare il nostro made in italy.

Ebbene se, come si è visto, i processi di digitalizzazione stanno potenzialmente indebolendo proprio questa unicità. Rendendo possibile la riproduzione artigianale di ciò che sappiamo fare. Che succederà alla nostra economia e a quelle imprese che ne rappresentano l’ossatura principale? Se in un mondo della personalizzazione di massa sarà possibile produrre pezzi unici in maniera standardizzata in qualunque luogo che ne sarà del made in italy? E se il 4.0 fosse la pietra tombale di questa ipotesi di geografia del lavoro? se non permettesse più all’Italia di essere una di quei clienti stranieri in grado di fare “cose uniche” ? se il nostro vantaggio competitivo potrebbe esaurirsi a suon di algoritmi intelligenti come il nostro saper fare artigiano?